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5) Piccole lingue grandi popoli (fine)

12) Le lingue del Piemonte

Nel nostro Piemonte, dove ancora oggi più di due milioni di persone
parlano correttamente e correntemente il piemontese e si parlano
tutt’oggi ben quattro lingue ancestrali (oltre al piemontese, il
Walserdeutsch, il franco-provenzale e il provenzale), il concetto di
lingua è quanto mai confuso.
Nel 1859, meno di due anni prima dell’unificazione d’Italia, il Cavalier
Vittorio Righini di Sant’Albino (1787-1865) dava alle stampe il più
grande dizionario della lingua di corte e di popolo, il voluminoso
“Dizionario Piemontese-Italiano”, un in-foglio di ben 1237 pagine, per
un totale di 22000 lemmi. Diciamo di “corte e di popolo” non per
retorica pro patria piccola, ma per un fatto lessicale preciso: a
differenza dei precedenti dizionari della lingua piemontese di Pipino,
Capello di Sanfranco, Zalli e Ponza, che erano d’impostazione
letteraria, questo di Sant’Albino conteneva anche termini tecnici,
politici e di lavoro, insomma la gamma lessicale di una vera e propria
lingua di stato.
Come mai la lingua che viene prima, in questo dizionario, è il
piemontese e come mai non è stato mai prodotto il secondo volume, quello
italiano-piemontese?
Risposte elementari se considerate da una prospettiva socio-linguistica:
il piemontese veniva prima perché tutti parlavano, pensavano,
interagivano, in piemontese e il termine ignoto da ricercare non era
quello piemontese, da tutti conosciuto, ma il corrispondente termine in
italiano, lingua "lontana" e usata solo per comunicazioni con altri
stati italiani.
Nessuno a quell’epoca parlava italiano, pochissimi leggevano questa
lingua, teatro, romanzo, poesia, ballate erano in piemontese. A Torino
erano in piemontese erano anche i giornali, come ‘L Birichin e i romanzi
feuilleton, come ‘L Lucio dla Venarla di Luigi Pietracqua e Ij pecà dna
bela fija di Carolina Invernizio (il fatto che quest’ultima non fosse
piemontese e scrivesse in questa lingua la dice lunga).

13) La lingua sabauda

Se noi esaminiamo gli epistolari del Cavour e del D’Azeglio, i libri: La
Giovinezza, Scritti giovanili, Un viaggio elettorale di Francesco de
Sanctis, allora ministro della cultura per il Regno di Sardegna, e la
documentazione di corte, ben studiata tra gli altri dallo storiografo
inglese Dennis Mack Smith, ci accorgiamo che la lingua usata nei
ministeri, nei salotti, nelle discussioni parlamentari, nei colloqui con
il re, nelle sedute di gabinetto, era il piemontese, non l’italiano. Se
una seconda lingua spuntava nelle pubblicazioni, negli epistolari, nelle
conversazioni – soprattutto con dignitari stranieri – questa non era
l’italiano ma il francese.
È possibile che gli accademici di oggi ignari di questa gigantesca
entità linguistica, confondano la lingua sabauda con il dialetto da
osteria e pensino che il piemontese sia solo quello parlato da pochi
anziani in osteria e nei circoli bocciofili? È possibile che pensino che
tutto quello che sia stato versificato in piemontese sia La bela Majin o
Bel padron da le braje bianche? Dall’illuminante articolo citato
poc’anzi sembrerebbe proprio di sì.
Ma il piemontese non è stato solo la lingua di stato per almeno il
triplo degli anni in cui l’italiano ha svolto la stessa funzione; il
piemontese è stato anche lingua di grandi opere letterarie, di liriche
raffinatissime, della più grande rinascenza poetica di tutte le
letterature regionali italiane del Novecento, quella de Ij Brandé:

Làcrime d’onda e un cit lusor dë scaje.
E 'l gorgh sluiss d’euj fiss che a-j nijo drinta
e a vira, a vira: e, an fond, as vèd la grinta
giàuna dla Mort ant n’arbeuj d’èrbe giaje.
La Mòrt ch’a speta e che ni rij ni priora
përchè a sà d’essi un’ombra sota j'ombre
'd j'eve dl'eternità che a sghijo sombre.
Ch’a sghijo garghe, larghe, come j'ore
dla neuja eterna 'd Nòna Mòrt: an fond
al gorgh dij seugn e dij rifless dël mond.
(Luigi Olivero
Rondò dle masche, 1971 – Romanzìe, 1983)

14) Il provenzale

Se il piemontese o, come spesso viene chiamata la grande koiné
letteraria, la lenga sabàuda, è lingua letteraria sterminata e illustre
(il solo Luigi Olivero, testé citato, sull’arco di circa 1000
composizioni poetiche ha utilizzato un lessico di oltre 32000 parole,
tante quante ve ne sono nella Divina Commedia, più di quante ne abbiano
utilizzate Carducci e Pascoli insieme), non meno illustri sono i casi
del Walserdeutsch e del Provenzale.
Antonio Viscardi nella sua Storia delle letterature d’Oc e d’Oil
(Milano: Nuova Accademia Editrice, 1962) scriveva: "...la civiltà
medievale nella sua forma originale ed essenziale… dipende da un grande
movimento letterario che sorge, verso la metà del XI secolo, nella
Provenza e rapidamente si diffonde e si afferma in tutta l’Europa
romanza e germanica; sono i primi movimenti spirituali in cui si esprime
il mondo moderno uscito dal travaglio di una lunga crisi, durata dal
secolo V al secolo X…"
Sono, nella nuova Europa, i trovatori, i "primi" che abbiano fatto della
poesia solo per fare poesia; i primi che abbiano avuto il senso
dell’arte pura, dell’arte per l’arte; i primi insomma che siano
"letterati" nel senso moderno della parola; e abbiano coscienza di
esserlo; i primi che consapevolmente abbiano escluso dall’attività
artistica ogni intendimento o fine pratico. Da questo senso rigoroso e
severo dell’arte pura nasce nei trovatori il tormento, l’angosciosa
preoccupazione della forma e la compiacenza e l'orgoglio della
perfezione formale raggiunta…
Dai trovatori muove tutta la tradizione letteraria dell’Europa moderna.
Il movimento trobadorico si diffonde e si afferma rapidamente fuori
dalla Provenza, oltre la Loira, oltre il Reno, oltre le Alpi, nella
Francia del Nord e nell’Inghilterra, nella Germania danubiana e renana,
nell’Italia settentrionale; prima negli ambiente aulici e cortesi, nelle
corti di Blois e di Troyes o alla corte dei Plantageneti, nell’ambiente
austro-bavarese, nelle corti di Savoia e del Monferrato, d’Este, dei
Malaspina, di re Dionigi di Portogallo, nella “magna cursia”
fridericiana; poi, anche negli ambienti borghesi di Bologna, di Arras o
di Genova. Dovunque già nel XII e più nel XIII la lirica trobadorica si
studia con fervore appassionato e con disciplina severa, e si prende a
modello, e si imita, usando prima la lingua stessa dei trovatori (come
si fa specialmente in Italia, in Lombardia, a Genova, a Bologna) e poi
le lingue locali (“Minnesang” mediotedesco, scuola poetica "siciliana"...).
Il messaggio essenziale del trobadorismo, che la poesia si realizza solo
attraverso un’arte severa…, è accolto devotamente da quanti sentono, nei
secoli XII e XIII in ogni parte d’Europa, la vocazione della poesia; nel
programma annunciato dai trovatori tutti i poeti della nuova Europa si
ritrovano: sacerdoti tutti della religione dell’arte, devoti fedeli,
tutti, della forma perfetta.
E troviamo qui titoli e nomi famosi per la prosa, come Tristano e Isotta
di Béroul e di Thomas; per la poesia autori come Jaufré Rudel, Bernart
de Ventadorn, Arnaut Daniel, Giraut de Bornelh, Bertrand de Born,
Raimbaut de Vaqueiras, Peire Vidal, Sordello.
Vale la pena di ascoltare i suoni di questa lingua, che ha dato poi i
natali alla poesia della scuola siciliana alla corte di Federico II a
Palermo, la primissima palestra di letteratura italiana, e i natali alla
scuola di Hoheminne, dell’amore cortese in lingua mediotedesca, quella
di Gottfried von Strassburg, Hartmann von Aue, Wolfram von Eschenbach,
Eilhart von Oberg, Walter von der Vogelweide:

Jaufré Rudel, “Amore di terra lontana”:
Amors de terra lonhdana,

Per vos totz lo cors mi dol;
E non puosc trobar meizina
Si non vau al sieu reclam
Ab atraich d’amor doussana
Dinz vergier o sotz cortina
Ab dezirada companha.

Bernart de Ventadorn, “Amore e poesia”:

No es meravelha s’eu chan
Melhs de nul autre chantador,
Que plus me tral cors vas amore
E mehls sui faihz a so coman.
Cor e cors e saber e sen
E fors’e poder i ai mesl
Si.m tira vas amor lo fres
Que vas autra part no m’aten.

Gli unici che qui non hanno bisogno di interpeti sono i nostri amici di
Coumboscuro.
Non hanno bisogno di interpreti, hanno solo bisogno di non avere più
ispettori che minacciano di far chiudere per sempre le loro scuole e il
loro amore di terra lontana, di ideali, e di vivere con la loro lingua e
la loro civiltà millenaria. Da loro non ci sono non-luoghi, non-persone,
non-musiche, non-lingue. Tutto è luogo patrio, persone note, musiche
popolari, lingua ancestrale.
L’assurdo è che le più antiche forme di provenzale e di mediotedesco non
siano parlate in Francia o in Germania, ma in Piemonte. I Provenzali
delle vallate di Cuneo e Torino e i Walzer della val Sesia non hanno
bisogno che Roma venga a regalare loro il provenzale o il mediotedesco.
Le loro lingue già le posseggono. Non hanno bisogno di doni. Hanno solo
bisogno di rispetto e di libertà. Hanno solo bisogno che Roma non dotta
si istruisca e capisca quali civiltà si nascondono dietro queste
secolari lingue.
Che non mi si venga a dire che si sono nei secoli ridotte a dialetti,
perché dietro alla più rozza delle parlate piemontesi si nasconde la
lingua di Olivero, che avete appena sentito, così come dietro al
Walserdeutsch si nasconde la lirica di Walter von der Vogelweide e
dietro al provenzale alpino la lingua di Frédéric Mistral. Sono dei
focolari che, coltivati, si riallacciano senza difficoltà con il loro
passato e spandono luce, civiltà, cultura e poesia attorno a loro.
Che cosa hanno capito i dirigenti italiani di queste illustri lingue che
hanno osteggiato selvaggiamente dall’unificazione in poi come dialetti
inquinanti, come gramigna da estirpare? Più che di quello che essi
debbano dare, sarebbe meglio parlare di quello che essi non dovrebbero
togliere: la dignità degli Italiani a parlare le loro lingue secolari,
ad essere sé stessi, a ritrovare il proprio passato, la propria
identità, a presentarsi all’agape fraterna di tutti i popoli europei,
non sul letto di Procuste di una forzata italianità, ma nel
plurilinguismo che arricchisce ogni popolo europeo. Siamo conosciuti in
Europa come i meno abili nell’uso di altre lingue, eppure ne abbiamo
ancora in vita più di trecento.
È possibile che nel contarle ostinatamente come dialetti, qualcuno si
sia scordato che sono lingue e che l’Italia è linguisticamente la più
ricca nazione d’Europa?
Nel dedicare la mia vita a rivitalizzare, a documentare, a riscrivere la
storia di queste lingue so di aver intrapreso una strada difficile e
irta di malintesi. Sono profondamente felice di aver dedicato sette anni
alla stesura del grande dizionario del mediotedesco dei Walser. Sono
pronto a fare altrettanto per il dolce provenzale.
Sono orgoglioso e felice di vedere i risultati che già si ottengono in
molte scuole, dove volontari insegnano il piemontese con straordinario
successo. Ho una grande fiducia nell’avvenire del nostro popolo. So
quanto esso può contribuire alla cultura europea. E so che, quando
questo nostro popolo avrà ritrovato la sua vera voce e la sua antica
saggezza, ne nascerà una nuova nazione e allora, non solo le lingue
ancestrali sopravvivranno, ma altri popoli ci chiederanno di compartire
con loro la nostra eredità: aiutiamoci ora a non perderla e a
conservarla intatta per le generazioni future.

Sergio Maria Gilardino
Cuneo, 21 maggio 2008
(da una sintesi pubblicata su La Guida di Cuneo)

Un grande grazie a Karla per

Un grande grazie a Karla per i suoi sempre graditissimi interventi e
per averci messo a disposizione questo importantissimo testo del prof.
Gilardino.
secondo me una rinascita del piemontese è difficile perchè:

1) il 90 % dei piemontesi che si vergognano della loro lingua
acquistino la consapevolezza di possedere un grande tesoro. Qualcuno
(politici o stipendiati per il piemontese) ha cercato di far
comprendere questo ai piemontesi negli ultimi 50 anni ?
2) manca un insegnamento universitario di lingua piemontese;
3) manca un insegnamento nelle scuole elementari, medie e superiori
fatta eccezione di 10 misere ore all'anno su richiesta !!!!
4) manca una pubblicazione a diffusione regionale quotidiana,
settimanale o mensile in piemontese ("é" ha chiuso) che non tratti
solo di letteratura ma di attualità, economia, ecc, ecc;
5) manca un canale televisivo;
6) manca un canale radiofonico;
7) mancano scritte toponomastiche ed altro in piemontese (girando per
città piemontesi è rarissimo trovare scritte in piemontese);
8) manca un qualsiasi coordinamento tra piemontesi, un esempio è la
recente festa del Piemonte organizzata da Go piedmont. Organizzata
senza tenere conto delle realtà locali che da anni operano per Piemonte
e piemontese (Arvangia, Famija albeisa, case editrici, volontari, ecc)
ha avuto uno scarso riscontro di pubblico e magra figura.
Hanno fatto eccezione il grande prof. Gilardino e pochi altri.
La lista potrebbe continuare.........

Non sarebbe bello poterci mettere tutti insieme (politici, studiosi,
appassionati,..)senza campanilismi e ostracismi e indirizzare meglio
le risorse umane ed economiche ora frammentate in mille rivoli ?

Con stima di tutti e con voglia di rivedereun gra piemontese
Giacomo Giamello

Sicurament se a-i fussa tut

Sicurament se a-i fussa tut lòn che it disi ti: insegnament ant le
scòle, giornaj, arviste, canal televisiv e radiofonic e via fòrt, a
sarìa pro bel!
Riguard a la festa, a mi a m' ësmìja che a l'abio fait an gròss travaj e
i ringrassio tuti coj che a l'han dasse da fé, prim fra tuti nòstr amis
Berto. Tanta gent che i conòsso e che a l'han partessipà a son stait
entusiast.
Peul esse che as podeissa impliché anche autre associassion e coordiné
mej, ma tut a l'è mijorabil... a sarà për nàutra vòlta. Tanto pi, che, a
la fin dla fera, coma as dis da noi, i l'oma tutti l'istess but.
Mi i l'hai tanta speransa ant la ragnà. Bele màch cost articol ëd
Gilardin a l'han lesùlo an tut ël mond. Su n'autra mailing list a l'ha
scritme, an propòsit, un da la Neuva Zelanda.
Ëd sicur, l'eror pi gròss a l'è stait col ëd nen pi parlé ai cit an
piemonteis, però i seu che ti it lo fas con tue cite. :-)
Mica tant, i consulto tua gramatica, perchè tò lenga a smìja tant tant a
cola che i parlo mi (Seva e anviron), e anche tò travaj su i nòm dle
piante che a l'è venume bin a taj për capì dij topònim.

Ciàu
karla

Scusa Giacomo, mi, da nen

Scusa Giacomo,

mi, da nen stipendià për ël piemontèis (un di, magara, passa dal mè ufissi,
it fass veghe cont a la man lòn ch'am costa ël piemontèis), it dirai dontre
ròbe ch'i sai.

> > 2) manca un insegnamento universitario di lingua piemontese;

A l'é nen vèj, Gribaud a ten un cors.

> > 4) manca una pubblicazione a diffusione regionale quotidiana,
> > settimanale o mensile in piemontese ("é" ha chiuso) che non tratti
> > solo di letteratura ma di attualità, economia, ecc, ecc;

Fala ti, mi i sarai ël prim abonà.

> > 8) manca un qualsiasi coordinamento tra piemontesi, un esempio è la
> > recente festa del Piemonte organizzata da Go piedmont. Organizzata
> > senza tenere conto delle realtà locali che da anni operano per Piemonte
> > e piemontese (Arvangia, Famija albeisa, case editrici, volontari, ecc)
> > ha avuto uno scarso riscontro di pubblico e magra figura.
> > Hanno fatto eccezione il grande prof. Gilardino e pochi altri.

Giacomo, mi it conòss nen, ma ti it parle mach për fé ël tròll e nen për
porté djì'argoment a la discussion. Con dij pour parler parèj as va da
gnun-e part. Mi për prim, prima d'ancaminé, i l'hai dit ch'i l'avrìo fàit
mila eror, e adess i son content ch'i l'abio faje - se i soma anteligent, a
son tute oportunità d'amprende. Ste daré a në scherm a dì sossì a va nen
bin, lolà gnanca a l'é belfé, ma i capiss nen la sodisfassion ch'a peul dé
s'a l'é nen gropà a quàich propòsta concreta.

G.
http://gopiedmont.blogspot.com/

5) Piccole lingue grandi

I l'hai ancaminà a scrive coment an piemontèis ant sla Stampa.it. Magara i podoma scrive a la Stampa për saèj se a l'é possibli avèj almanch na pagina o n'articol dla cronaca turinèisa an piemontèis. A sarìa dgià quaich còsa.

Lorens

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