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4) Piccole lingue grandi popoli

9) Lingue regionali

Che cosa ha fatto l’Italia, nelle scuole e in parlamento, per celebrare
il 2008, L’Anno internazionale delle lingue?
Nella Costituzione italiana non c’è neppure scritto che la lingua
italiana è la lingua ufficiale della Repubblica e, tanto meno, che le
lingue regionali sono patrimonio inalienabile della nazione italiana.
Noi ci appelliamo ai nostri concittadini deputati e senatori, ai nostri
europarlamentari, perché facciano pressione e si adoperino in ogni modo
affinché l’Italia firmi la Carta europea delle lingue regionali e
minoritarie; ci appelliamo affinché l’Italia riscriva la legge 482 e vi
includa anche la prima lingua del primo parlamento italiano: il
piemontese, affinché l’Italia riscriva l’articolo 12 della Costituzione
italiana, dichiarando le lingue regionali patrimonio inalienabile degli
Italiani, affinché l’Italia istituisca un organo competente, attivo e
responsabile per vigilare sulla correttezza delle lingua nazionale e
sulla sopravvivenza delle lingue del popolo italiano.
La lingua del primo parlamento italiano, svoltosi a Torino il 17 marzo
1861, non è mai stata riconosciuta come lingua dalla legge italiana. Il
primo parlamento italiano è stato inaugurato da Vittorio Emanuele II in
lingua piemontese, la stessa usata dai suoi avi per sei secoli come
lingua di direzione, di lavoro, di pace e di guerra. Lingua di un grande
popolo, quello che ha fatto l’Italia (…).
Le lingue del Risorgimento italiano, dopo il piemontese, sono state il
lombardo, il veneto, il napoletano...: come mai non compaiono tra le
lingue riconosciute? Non è forse il Risorgimento la pagina fondamentale
della nostra storia di popolo, di nazione, di stato unitario? Come mai
queste plateali esclusioni? Si tratta di ingiustizia oppure si tratta di
grossa ignoranza? Abbiamo, tra le varie lingue regionali italiane, una
lingua che i tre tenori hanno reso popolare in tutto il mondo, il
napoletano, che oltre alle canzoni conta anche uno stupendo repertorio
lirico e teatrale. Belle canzoni le abbiamo in tutte le lingue regionali
d’Italia. Ma non basta (…). In che lingua si recitava nei teatri di
Napoli, di Venezia, di Torino, visto che si andava tanto a teatro in
queste città? Come mai i copioni, a migliaia, di queste rappresentazioni
teatrali non sono studiati?
Come fanno i giovani italiani a non sapere che il primo re d’Italia non
parlava l’italiano, e tutto il Risorgimento si è fatto in lingue altre
che l’italiano, che i giornali di Marin Sanudo e tutti i rapporti dei
capitani di mare si facevano in veneziano, che l’intero Mediterraneo per
secoli ha parlato e scritto trattati in veneziano? Come possiamo
ignorare il fatto che a Napoli, per secoli, i signori hanno parlato
spagnolo e rappresentato opere in quella lingua, che la Sicilia per
secoli ha parlato greco e poi per due secoli e mezzo è stata un
califfato arabo?
Bisogna reinterpretare questi valori, riscrivere i libri fondamentali
della nostra civiltà, le storie d’Italia, le storie della letteratura
italiana, le storie della lingua italiana.

10) L’italianità

Se per “Storia d’Italia” intendiamo la storia di coloro che sono
fisicamente in Italia siamo inesatti, per due ragioni: primo, perché
escludiamo la maggioranza che non vive in Italia, ma che per molte
ragioni si considera italiana; secondo, perché dovremo includere ben
presto in queste storie i milioni di extracomunitari che cresceranno a
ritmo demografico molto più elevato degli italiani nei decenni a venire.
Molto più semplice e attendibile sarebbe scrivere una “Storia
dell’italianità”, che includerebbe anche personaggi come Colombo,
Vespucci, i Caboto, Mazzarino, Metastasio, Boccherini, Da Ponte, Meucci,
Fermi, i colonizzatori piemontesi dell’Argentina, tutti italiani che
hanno vissuto buona parte delle loro illustri e travagliate vite fuori
d’Italia, e con essi le migliaia di docenti e scienziati italiani che
lavorano all'estero: potremmo scrivere così la storia di quella grande
nazione che ha nome Italia e ha la sua patria vera dovunque il lavoro,
il coraggio, l’intraprendenza e la libertà sono la posta in gioco.
Visto che il teatro in napoletano, in veneziano e in piemontese
costituisce una produzione molto, ma molto più ampia, come quantità,
successo e popolarità, di quella in lingua italiana, dovremmo scrivere
non delle “storie della letteratura italiana”, ma delle “storie della
letteratura in Italia”, smettendola di appropriarci di Giangiorgio
Allione, Carlo Goldoni, Salvatore Di Giacomo, come fossero dei figli
discoli della letteratura ufficiale e ignorare i capolavori degli altri
perché non riconducibili al perbenismo letterario in lingua toscana.
Dovremmo smetterla di scrivere “storie della lingua italiana” ignorando
le vere espressioni dell’italiano regionale solo perché non coincidono
col toscano, escludendo così i contributi più vivaci all’universalità di
questa lingua nazionale. Molto meglio sarebbe scrivere una “storia della
lingua degli Italiani” e includervi il capitolo più grande, più
voluminoso, più rilevante: quello dedicato al fatto che nel 1861 meno
del 2% degli Italiani parlava l’italiano, e iniziare a dire ai nostri
giovani la verità: ci hanno imposto prima il latino nelle preghiere, poi
l’italiano nelle scritture, ignorando chi eravamo e in che cosa
credevamo trattandoci come persone cui era stata mozzata la lingua e
tolto il diritto di parlare.
Perché continuiamo a voler scrivere libri unici quando la nostra realtà
è regionale? La scuola deve essere nazionale ma anche regionale,
contenutisticamente e linguisticamente. (…) Vogliamo capire che stiamo
sprecando le nostre migliori ricchezze con questa fissazione del
centralismo culturale a tutti i costi? Non abbiamo una classe di
intellettuali capace di affrontare questi compiti, di scrivere nuovi
testi di storia e di letteratura? Formiamola!

11) Intellettuali ignoranti

Vi voglio dare un esempio di che cosa sanno gli intellettuali italiani
della regionalità. In una delle storie letterarie italiane più
prestigiose, quella diretta da Alberto Asor Rosa per Einaudi, in ben
quattordici volumi, sono andato a prendere il capitolo dedicato alla
letteratura regionale. (...) L' articolo dedicato al Piemonte è di
Palolo Mauri. Ecco che cosa scrive della più vasta letteratura
regionale d’Italia: “A differenza di quanto accadeva nella vicina
Lombardia dove, dall’opzione del Maggi alla proposta manzoniana, la
cultura milanese (e in milanese) acquista un carattere di essenzialità,
si fa tradizione e compete e svecchia la letteratura in lingua, in
Piemonte il "gran vuoto" si riflette anche nella produzione dialettale…
della letteratura in piemontese non è quasi possibile fare storia…”
Da notare che, tra i milanesi, non ha citato neppure Carlo Porta, che
Dante Isella in un articolo degli anni ’60 ha dichiarato essere il più
grande autore del Romanticismo italiano. Mauri non ha capito niente, non
si è neppure degnato di leggere e di citare le storie della letteratura
piemontese di Pacòt e di Gandolfo, o di compulsare l’antologia di Brero,
tutte opere già allora disponibili.
Nella biblioteca della Provincia di Torino giacciono tremila copioni di
opere teatrali, la più grande produzione teatrale di tutte le lingue
regionali italiane: mai una tesi assegnata o diretta su questa immensa
letteratura. E non stupisce che tra coloro che hanno suggerito al
governo italiano di non riconoscere il piemontese come lingua,
nell’ambito della famigerata legge 482, ci fossero proprio degli
accademici dell’ateneo torinese che hanno asserito senza esitazioni, e
con tali conoscenze, che il piemontese non era una lingua.
Siamo mal ridotti come intellettuali, perché gli intellettuali non
studiano il popolo e il popolo non dialoga con gli intellettuali. (…)

(continua...)

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