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3) Piccole lingue grandi popoli

7) L’Italia fuori dall’Italia

Nel 1999, a Montreal, fu pubblicato un grande volume intitolato
“L’Italia fuori d’Italia”. Ho contribuito a un capitolo del libro,
quello che trattava della cultura italiana fuori d’Italia.
Ne L’Italia fuori d'Italia sono state inventariate forze, ricchezze,
energie che ben di rado vengono prese in considerazione in Italia.
Montréal non ospita più la numerosa comunità italiana in Canada (quello
è un onore che spetta a Toronto), ma è tuttavia la città in cui la
lingua italiana si è conservata meglio che in qualsiasi città del Canada
o degli Stati Uniti. Dei quattrocentomila italofoni di Montréal che
parlano correntemente l’italiano, circa centomila non sono italiani, ma
francofoni o allofoni attratti alla lingua e alla cultura italiana. La
lingua italiana è la più insegnata nelle università dopo lo spagnolo, ma
solo per i primi due anni: la mancanza di qualsiasi sostegno alla
letteratura e alla cultura italiana nelle università all’estero fa sì
che gli studenti non possano proseguire poi negli studi specializzati
perché non ci sono sbocchi. Ma il fatto che l’italiano si conservi così
bene in tante località del mondo, che tanti stranieri studino
l’italiano, che l’italiano, a differenza del tedesco o del giapponese,
sia una lingua così popolare, che l’Italia faccia molto ma molto poco
per approfittare di questa popolarità, sono tutti fenomeni da collegare
al declino dell’italiano in Italia e alla negligenza nei confronti delle
lingue regionali. In parole semplici, pessima gestione del bene più
prezioso della nazione: la lingua nazionale, e, con essa, delle lingue
del popolo, i famigerati dialetti.
Una migliore gestione di questi beni linguistici basterebbe per
rovesciare in poco tempo il triste quadro di un Paese che ha la sindrome
di essere l’ultima ruota del mondo, in cui due giovani su tre vorrebbero
emigrare, in cui molti lavoratori non hanno nessun orgoglio di essere
Italiani, e spiegare, ad esempio, a tutti questi nostri compatrioti che
tra le mete sognate da sette giovani nordamericani su dieci vi è
l’Italia, che tra le lingue che nord e sudamericani, africani, e
asiatici vorrebbero imparare l’italiano primeggia anche sull’inglese,
che tra le cucine l’italiana è di gran lunga la più popolare all’estero
e che tra le cose più mitizzate all’estero vi sono in testa tutte cose
italiane: i tenori italiani, la musica italiana, l’arte italiana,
l’architettura italiana, la cinematografia vecchia e recente, la moda
italiana, i vini italiani, il calcio italiano, i liutai italiani, e poi,
sì, la lingua italiana.
Che cosa facciamo noi dell’italianità, cioè di quel patrimonio
costituito dall’insieme di tutte queste entità? Qualcosa ma non molto
(…) Non abbiamo un ministero dell’italianità e degli Italiani all’estero
o della cultura italiana esportabile all’estero.
Ci sarebbero decine di altri valori non ben gestiti da menzionare, ma se
ci siamo lanciati in questa direzione è per fare una constatazione:
siamo ricchi e non lo sappiamo (…).

8)Lingue in liquidazione

Io mi occupo di lingue e quindi passo subito al punto che mi sta a
cuore: stiamo liquidando il più grande patrimonio di lingue ancestrali
d’Europa. Tra una generazione delle trecento lingue ancestrali italiane
ne rimarranno in vita ben poche, forse nemmeno una decina.
L’Italia e fanalino di coda nei finanziamenti alle lingue regionali
dette anche minoritarie e, viste dal punto di vista della civiltà
millenaria che veicolano, meglio sarebbe chiamarle lingue ancestrali. In
Europa il primo Paese per il sostegno delle lingue regionali è la
Spagna, seguita dalla Francia, dal Belgio, dalla Svizzera. Noi veniamo
dopo anche l’Inghilterra e l’Irlanda.
L’Italia non ha mai approvato la Carta Europea delle lingue regionali e
minoritarie, approvata dal Parlamento Europeo il 5 novembre 1992.
L’unica traduzione in lingua italiana di quel documento è dell’Ufficio
Federale svizzero.
Leonard Orbam Commissario europeo per il multilinguismo, al convegno
organizzato dall’Accademia della Crusca (3 luglio 2007) ha parlato delle
lingue minoritarie in questi termini: (Le lingue d’Europa, patrimonio
comune dei cittadini europei):
“ Le lingue che parliamo sono una parte inscindibile di noi stessi. La
lingua è il mezzo attraverso il quale costruiamo il nostro universo: ciò
che scriviamo, ciò che pensiamo e in genere la nostra visione
dell’esistenza. Le lingue ci definiscono come individui, ma anche come
parte integrante di una comunità. L’Unione europea di oggi ci offre
un'enorme ricchezza linguistica, ed è mio desiderio trasformare questa
diversità, questa ricchezza in qualcosa che possa definire la nostra
unità in Europa come membri di una comunità più ampia, o, se me lo
consentite, in un simbolo dell’europeismo.
L’Europa a ventisette Stati membri, veramente multiculturale ed
omogenea, è risultato degli allargamenti, della libera circolazione tra
Paesi, della globalizzazione e della migrazione. Questa Europa non è un
“crogiuolo di razze” che annulla le differenze. È semmai la celebrazione
della diversità. “Uniti nella diversità” dice il motto dell’Unione e in
realtà la diversità non è una minaccia, ma un antidoto contro la stasi o
la pigrizia. È l’opportunità di essere curiosi, di apprezzarsi gli uni
gli altri. Oggi il costo del multilinguismo, dei servizi di traduzione e
di interpretazione, è pari a 1,1 miliardi di euro, ovvero l1% del
bilancio UE, il che equivale a due o tre euro l’anno per cittadino.
Questa cifra rappresenta davvero un onere eccessivo per il contribuente
europeo? La mia risposta è che il multilinguismo non è un lusso ma un
diritto
per ogni cittadino.
Il multilinguismo è uno dei costi della democrazia. La politica
linguistica va ben al di là della questione delle lingue ufficiali e del
multilinguismo istituzionale: essa cioè non si limita alle lingue
utilizzate dalle istituzioni al loro interno o nei loro rapporti con i
cittadini, ma si interessa soprattutto delle lingue che tutti i
cittadini parlano nella vita quotidiana. Il 2008 sarà l’Anno
internazionale delle lingue: in effetti promuovere l’apprendimento delle
lingue e la diversità linguistica può rivelarsi un mezzo molto efficace
per rafforzare anche il dialogo interculturale.”

(continua...)

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