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2) Piccole lingue grandi popoli
4) Lingue in estinzione
Facciamo solo una considerazione: metà dei locutori delle lingue del
mondo sono ancora vivi oggi. Quando costoro se ne saranno andati, con
loro se ne sarà andata metà delle lingue del mondo. E non ci sarà
bisogno di aspettare una generazione, perché quella metà è costituita da
persone che hanno già superato i cinquant'anni. In molti casi, come per
esempio i Valser della Val Sesia, i più giovani hanno più di sessant’anni.
Nel 2001 sono state registrate da David Harrison 6912 lingue parlate.
Nel 2101siamo matematicamente certi che di queste lingue più del 90%
saranno estinte. Ma oggigiorno più del 90% di queste lingue non sono
documentate, il che vuol dire che quando esse saranno sparite non ci
sarà modo alcuno per ricostruirle o per recuperare i patrimoni di
civiltà che esse veicolavano. Ancorché la percentuale della popolazione
mondiale che parla queste lingue sia di gran lunga inferiore a quella
che parla le lingue internazionali, la quantità di nozioni, di
conoscenze scientifiche popolari, di miti, di leggende, di letteratura
orale, è molto più vasta di quella registrata nei libri di botanica, di
mitologia, di letteratura. La loro sparizione porterà via la maggior
parte dello scibile umano in tutti i campi.
Nel 2005, 204 lingue avevano meno di 10 locutori (nel computo Harrison
non include il Walserdeutsch ed è quindi lecito supporre che non abbia
conteggiato in quelle 204 un gran numero di lingue di cui non è al
corrente). Le 548 lingue che nel 2005 avevano meno di 90 locutori
costituivano un decimo delle lingue del mondo. La lingua degli indiani
Navajo in Arizona conta ancor oggi 150.000 locutori, ma anch’essa
sparirà nel cambio generazionale come quelle che hanno meno di 10 o di
100 locutori.In altre parole, il numero dei locutori non è garanzia di
sopravvivenza viste le dinamiche dell’economia mondiale, dei processi di
mondializzazione e della cultura televisiva e telematica prevalente.
A questo punto perdiamo una lingua ogni due giorni e con essa i nomi di
piante, erbe, fiori, insetti, animali non sempre e non tutti catalogati
nei libri scientifici specializzati. Quello che conta di più, e che non
è mai calcolato, è che se ne vanno anche le espressioni idiomatiche, i
proverbi, le conoscenze pratiche, i modi di vita, le visioni e leggende
che quei popoli, convissuti con essi, avevano creato.
L’estinzione di tutte queste lingue non ha precedenti, né paralleli
nella storia dell’umanità sul pianeta Terra.
Nelle stime più accurate degli scienziati, il pianeta Terra, a partire
dal 1600 (periodo in cui abbiamo incominciato a registrare nomi e
caratteristiche) (…) ha perso circa il 7% delle specie conosciute
animali e vegetali, nulla in confronto della moria linguistica, che sarà
del 90%.
Quando si perde una lingua che cosa si perde veramente? Molti sono
dell’opinione che non si perda niente, che prima l’umanità parlerà una
sola lingua meglio sarà. Dimostrano con ciò di capire molto poco del
pianeta Terra e ancor meno della pianta uomo.
Immaginiamoci che di tutte le specie animali e vegetali ne rimanesse una
sola: che cosa comporterebbe ciò per la catena di interdipendenza di
tutti gli animali e di tutti i vegetali, oltre alla devastazione che
l’uomo ha già apportato sulla faccia della terra? E pensando alla
bellezza di foreste primigenie, di animali liberi nella savana africana,
che cosa sarebbe se non ci fossero altro che monoculture agricole e
poche specie di animali domestici?
Ma lo scenario è ancora più devastante quando si applica questo
paradigma agli esseri umani. Esattamente come le più grandi culture sono
il risultato di fertilizzazioni operate con l’innesto di altre culture
(che cosa sarebbe Roma senza Atene e senza Gerusalemme?) così ogni
individuo è il risultato di due tendenze opposte, da un lato
l’attaccamento alla propria cultura indigena, dall’altro gli apporti di
altre culture veicolate da altre lingue. Se finisce questa
fertilizzazione incrociata, la specie umana s’impoverisce e rimane senza
stimoli e senza paradigmi.
Basta guardare a Paesi geograficamente vastissimi e linguisticamente
monolingui, come gli Stati Uniti e l’Australia, per vedere cosa succede
alla gamma lessicale media e alla profondità storica delle culture di
questi popoli privi dello stimolo e della presenza di altre lingue e di
altre culture.
Nessuno meglio dei traduttori di opere fondamentali conosce questa
verità: la Bibbia ebraica pullula di termini intraducibili in greco e a
sua volta il greco è travisato in latino, nonostante il fatto che la
Septuaginta e la Vulgata siano considerate, a giusta ragione, i due
capolavori fondamentali dell’arte della traduzione in tutti i tempi.
Intraducibili i testi biblici perché ogni popolo crea, al di sopra del
nominalismo e dell’aggttivismo atto a descrivere le cose e le qualità
che lo circondano, un universo di pensiero creativo che va ben al di là
di quelle cose: la teologia ebraica, la filosofia greca, il diritto
romano non sono che un esempio di ciò.
Ma errato sarebbe ritenere che i popoli primitivi non abbiano una loro
metafisica. La verità è che il periodo di più grande creatività di
Ebrei, Greci e Latini corrisponde alle loro fasi iniziali, cioè quando
essi a loro volta erano popoli primitivi e parlavano quello che noi
oggi, sprezzantemente, chiameremmo dialetti o lingue tribali.
La civiltà porta all’affinamento delle idee. La loro creazione
presuppone la primitività. Le lingue che oggi spariscono veicolano
quello che l’ebraico, il greco e il latino veicolavano in epoche in cui
anch’essi erano parlati da popoli primitivi.
5) Italiano in pericolo?
Molti di voi diranno “ Beh, meno male che questo tocca alle lingue dei
popoli primitivi, ai dialetti, non all’italiano”. Sbagliato. L’italiano
è una lingua in gravissimo pericolo.
Lasciatemi dare qualche esempio di italiano corrente: “per commentare
devi loggarti dopo aver downloaded gli scropt”; “il blog è accessibile
in qualsiasi momento cliccando sul sito o interfacciando via internet”;
“disponibile in versione beta il software che consente telefonate in
VoIP”; “gli spareggi per i playoff e i playout”; “la mailing list” ecc.
Non c’è in Italia un ente per vigilare sulla lingua nazionale, come
l’Académie Francaise in Francia o l’Office de la langue Francaise in
Québec. Il governo e il parlamento italiani sono i peggiori inquinatori
della lingua nazionale (…). Non ci sono piani nazionali per studiare
questo fenomeno e cercare rimedi. Gli editori scrivono gli accenti sulle
parole come scelgono: Einaudi in un modo, Rizzoli in un altro. I
giornali fanno a gara a usare parole e frasi in inglese. Alla vigilia
dello scudetto il titolo a caratteri cubitali sulla Gazzetta dello Sport
era: “And the winner is…” Perdiamo una media di 40-60 parole di base
all’anno, mentre il lessico di frequenza dei giovani è sceso dalle 12000
parole dei liceali degli anni sessanta a 4000 parole dei giovani d’oggi.
Per la cronaca, 3000 parole è la soglia dell’afasia.
6) Intellettuali e popolo
Perché l’Italia è così insensibile allo strazio della propria lingua
nazionale? Da un lato perché l’Italia ha avuto maggioritariamente una
lingua nazionale solamente a partire dal 1953, ma la ragione vera è che
l’Italia ha sempre avuto un problema di rapporti tra classi dirigenti e
popolo, tra intellettuali e popolo. Il problema vero è che in l’Italia
si sono sempre parlate due lingue, il latino dei dotti e la lingua degli
analfabeti, al punto di far pregare milioni di persone in una lingua e
con formule che nessuno capiva e convincerli che era bene non capire.
Quando il latino è stato sostituito dall’italiano, quell’italiano ha
semplicemente preso il posto misterioso del latino: più contorto
sintatticamente, più astruso lessicalmente, più peregrino
idiomaticamente era, meglio era per quei pochissimi che lo usavano.
Questa lingua è stata lingua nazionale sì, ma mai lingua popolare,
mentre il francese il tedesco, lo spagnolo, l’inglese, il russo erano
lingue nazionali e popolari, con dei precisi criteri sulle parole che si
potevano usare per farsi capire da tutti.
La riforma linguistica nazionale italiana dovrebbe cominciare con la
riforma dei rapporti tra cittadini e stato, e la prima riforma oggi
imperativa è quella di ridare dignità e libertà ai cittadini, ridare
loro il potere di decidere che lingua vogliono parlare, con chi
parlarla, come parlarla. Non più uno stato centrale che decide da
lontano come parlano e cosa studiano gli studenti in Sicilia o nel
Tirolo, ma delle regioni e dei direttori didattici che nel rispetto
delle esigenze di coerenza nazionale immettano nei testi di lingua, di
storia, di civiltà le ricchezze e le caratteristiche locali.
Già negli anni Trenta Antonio Gramsci denunciava, in quelli che
sarebbero diventati i “Quaderni del carcere”, l’impopolarità della
letteratura italiana, della lingua nazionale e l’irresponsabilità degli
intellettuali nei confronti del popolo italiano. Negli anni Cinquanta il
linguista Parlangeli e il poeta e cineasta Pasolini dibattevano se
esistesse l’italiano come lingua di nazione e di popolo.
Oggi che tutti finalmente lo parlano, in realtà lo sparlano, lo
distruggono lo imbastardiscono a tutti i livelli, in tutti gli ambienti.
Ma lo sanno coloro che usano così la lingua nazionale che cosa succede
nella testa dei piccini che da loro prendono esempio? Lo sanno che nella
psicologia infantile non esiste il concetto di bilnguismo e che i bimbi
imparano la lingua imbastardita senza distinguere tra parole straniere e
parole italiane? Lo sanno che i figli degli Italiani all’estero, ai
quali i genitori parlano un po’ in una lingua un po’ in un'altra,
arrivati all’età di 7-8 anni rigettano quell’orrendo miscuglio e con il
rigetto della lingua c’è anche il rigetto di chi gliel’ha insegnata? Lo
sanno gli educatori e i legislatori italiani che cosa avverrà di questo
italiano nell’arco di un’altra generazione al presente ritmo di
anglicizzazione? Lo sanno che i sintomi che si manifestano ora sono gli
stessi di quelli che si manifestarono negli anni Cinquanta con i vari
dialetti ora in fase di sparizione?
Penso proprio di no. Per tanto che abbia ricercato in questi tempi non
ho reperito studi sul lessico di frequenza dei liceali italiani, non ho
reperito proiezioni linguistiche sul divenire dell’italiano nella
prossima generazione, come invece fa Statistic Canada, con appositi
strumenti, ogni quattro anni, per la proprie lingue nazionali e
ancestrali; in Italia non ci sono progetti per l’istituzione di un’
autorità sulla lingua italiana e sulle sue norme canoniche. L’Italia non
sa tutelare la lingua italiana in patria e ancor meno all’estero, dove
ciononostante è una delle lingue più popolari al mondo, e non solo nei
quartieri italiani nelle principali città di immigrazione italiana
attorno al mondo, ma in tutti gli ambienti.
(continua...)








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